The Social Dilemma: i social network ci manipolano?

By 8 Ottobre 2020Ottobre 13th, 2020Social Media

The Social Dilemma è il docu-film di Netflix che vuole analizzare le conseguenze sociali della nostra quotidianità pervasa dai social network, ma ci riesce a metà, dando solo una visione parziale della situazione.

Quando ho visto comparire tra la lista dei prodotti consigliati sulla mia home di Netflix The Social Dilemma (sì, anche Netflix, come i social, ha un algoritmo che funziona bene) ho pensato che quello sarebbe stato qualcosa che avrebbe potuto unire il lavoro con il piacere, e quindi  ̶l̶’̶h̶o̶ ̶s̶u̶b̶i̶t̶o̶ ̶a̶c̶c̶a̶n̶t̶o̶n̶a̶t̶o̶ l’ho guardato immediamente.

Questo documentario si divide tra una parte recitata un po’ trash alla Black Mirror (la storia fittizia di una famiglia media americana dove apparentemente i social network sono causa di tutti i mali) e interviste – molto più interessanti – ad alcuni ex-dipendenti dei più famosi social network.

Si tratta di persone che hanno inventato ciò che ha reso queste piattaforme quelle che sono oggi: c’è la persona che ha inventato il tasto “mi piace” su Facebook, quella che ha pensato al business model di Instagram, quella che ha avuto per primo l’idea di monetizzare introducendo le pubblicità a pagamento.

Il loro denominatore comune?

Come dei moderni Dottor Frankestein, tutti gli intervistati si sono pentiti di ciò che hanno inventato. Secondo loro, i social network di oggi sono una distopia di ciò che erano in origine: la loro essenza originaria è stata modificata e distorta dai giganti della tecnologia e dalle lobby, che guadagnano dal tenerci incollati allo schermo.

Se non paghi per il prodotto, allora sei tu il prodotto.

Questa è probabilmente una delle frasi più ad effetto del documentario, ma forse anche la più vera: spesso mi capitano sotto le mani catene di sant’Antonio più o meno improbabili dove si dice che “[social network] diventerà a pagamento”. Ebbene, questo non può accadere perché – per farla breve e semplice – più gente è iscritta, più il social network guadagna, perché ci saranno più persone potenziali a vedere la pubblicità a pagamento promossa sulla piattaforma.

Sono le persone come me – i social media manager o Satana, come vi piace più chiamarci – che pagano (o meglio, che le aziende nostre clienti pagano) per l’esistenza del social network.

Mia diapositiva FEDELE mentre sto escogitando come farvi il lavaggio del cervello con l’online advertising

Se un giorno, per chissà quale motivo, tutti si disiscrivessero da Facebook, nessuna azienda investirebbe più e Mark Zuckerberg probabilmente andrebbe a coltivare patate (dubito che succederà mai, né che Zuckerberg se smettesse di lavorare domani abbia da preoccuparsi di come sopravvivere).

Nel documentario sono presenti quelle che sono senza dubbio delle verità.

I social nel corso degli anni si sono trasformati a una velocità esponenziale, diventando un terreno fertile per fake news, depressione (soprattutto tra i giovanissimi), nonché delle vere e proprie “droghe” moderne. Sono cose che vanno dette e vanno discusse e The Social Dilemma lo fa molto bene.

Siamo convinti che i pericoli per i nostri figli siano fuori, ma dare in mano a dei ragazzini  uno smartphone è rendere loro disponibile una quantità di input, di stimoli, di persone che ancora non sono in grado di gestire.

the social dilemma e i giovani

Tutto vero, ma poi? Poi manca un pezzetto.

In The Social Dilemma ci sono dei momenti in cui il figlio maggiore della famiglia viene metaforicamente raffigurato come un burattino, guidato da delle specie di omini alla Inside-Out che rappresentano i social network, che controllano la sua mente attraverso le notizie e le notifiche che gli fanno arrivare sul cellulare.

the social dilemma

Ecco, io è su questa visione che mi sono “bloccata”, è qui che mi sono detta che forse bisognava rallentare un secondo.

Stare imbambolati e passare tanto tempo davanti ai social, per quanto disturbante e forse non molto sano per il nostro cervello, non ci rende delle persone prive di volontà.

Posso vendere montature per occhiali da vista ma se tu, che porti gli occhiali, non hai bisogno di quegli occhiali perché magari indossi sempre le lenti a contatto, tu quegli occhiali non li comprerai.

La pubblicità sui social network non è una bacchetta magica che improvvisamente fa venire un bisogno che non avevi. La pubblicità sui social network è quella “pulce nell’orecchio” che, se fatta bene, intercetta un bisogno che avevi già. E forse è anche un po’ meno invasiva e fastidiosa della pubblicità della Tim con Mina sparata a 200 decibel in TV.

the social dilemma

“La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.”
[Mad men, stagione 1, episodio 1, ‘Fumo negli occhi’]

Un’altra cosa contestabile è che le persone intervistate siano tutte degli ex-dipendenti, rendendo lampante la mancanza del contraddittorio di coloro che lavorano attualmente nelle aziende in questione (ecco qui la risposta di Facebook al documentario).

Qualunque sia la causa che li ha spinti ad adottare queste nuove misure (uno su tutti lo scandalo Cambridge Analytica per Facebook, che ha determinato un legittimo giro di vite sull’uso dei dati personali), le piattaforme social in questi ultimi tempi si stanno davvero attrezzando per rimediare – o almeno provarci – a molti di questi problemi.

Gli stessi parametri per la creazione delle inserzioni a pagamento sono stati ristretti, e chiunque lavori in questo settore può confermare che i controlli da parte dell’algoritmo di Facebook sul loro rispetto siano molto più severi di un tempo.

The social dilemma trump

Basta neutralità (e altri rimedi)

Se in passato i social si consideravano semplici piattaforme neutre che presentavano allo stesso modo sia i contenuti veri che quelli falsi, negli ultimi mesi due colossi dei social media hanno preso in mano la situazione.

Oltre ai maggiori controlli sui contenuti sponsorizzati, è stato lanciato in questi ultimi mesi Facebook Journalism Project, nato per promuovere – tra le altre cose – un modo più corretto di fruire le notizie e, parallelamente, ostacolare il proliferare della fake news.

Sempre seguendo questa idea, anche Twitter ultimamente si è distinto per avere “contestualizzato” un tweet considerato impreciso e non veritiero di Donald Trump, operando di fatto una sorta di “fact checking” delle affermazioni.

twitter trump

Le conclusioni: The Social Dilemma è tutto da buttare?

Assolutamente no! Penso che molti dei punti sollevati da The Social Dilemma meritino di venire sollevati, e di essere messi in discussione. Trovo interessante l’operazione che è stata fatta, anche se il risultato è stato in qualche modo incompleto.

Come dicevo, basta guardarsi intorno e guardare se stessi per rendersi conto di come i social network abbiano cambiato radicalmente i nostri rapporti sociali, e molto spesso in peggio: se non fotografi il piatto puoi davvero dire di averlo mangiato? Se non ti fotografi i piedi nell’acqua puoi davvero dire di essere stata in vacanza? Perché tutti gli altri sembrano sempre più felici di me, avere più successo di me? Queste domande sono tutti “first world problems” che già 20 anni fa ci sarebbero sembrate ridicole.

Eppure queste sono questioni che hanno una ripercussione enorme sulla nostra vita quotidiana ed è giusto rifletterci sopra.

Ma al posto di predicare la totale smantellazione di tutti i social network – una soluzione utopica, ormai pressoché impossibile – secondo me quello che veramente è importante è che le persone che entrano su un social network capiscano un minimo i suoi meccanismi interni.

Conoscere la piattaforma rende soggetti meno esposti.

Se io so che i social mi mostrano i contenuti in base a ciò che ho letto in precedenza, a quali siti ho visitato, a quali post ho messo mi piace, nel momento in cui leggo qualcosa nella mia mente ho ben chiaro che quello è il contenuto più vicino a me per ideologia, gusti e inclinazioni.

So che esiste una rosa di sfaccettature diverse che probabilmente i social non mi fanno vedere.

Cerchiamo di essere utenti attivi e proattivi, cerchiamo di non subire i contenuti che ci vengono proposti passivamente. L’utente che conosce il mezzo che sta usando è anche quello più al riparo da eventuali manipolazioni.

E così magari eviteremo di vederci ancora questi post:

bufala facebook

Vi prego, BASTA.

Valentina Ottoboni

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